In occasione del ritorno romano, in scena e in residenza, della Compagnia Carullo Minasi, abbiamo incontrato Cristiana (Minasi) e Giuseppe (Carullo) per approfondire la genesi di Due passi sono, il loro approccio alla scrittura scenica e la poetica che anima la compagnia.
Avete messo in dialogo Due passi sono con Asja Lacis. La donna che fa parlare la storia. In che modo convivono memoria e origine nel vostro percorso artistico?
Ciò che caratterizza la nostra compagnia è il fatto che tutti gli spettacoli siano ancora vivi e continuino a circolare, sostenuti dalla forza di chi lavora in una dimensione di piccolezza che giustifica la propria presenza ovunque: dal teatro piccolissimo al grande teatro.
Due passi sono nasce nel 2011, in un momento segnato dalla malattia, quando il “voler riuscire” era l’unica aspirazione possibile. Abbiamo mantenuto intatta quella forza e quell’idea. Anche oggi, continuiamo a sognare e a credere nei desideri. E, allo stesso tempo, torniamo sempre indietro, in modo che questo spettacolo possa restare vivo, capace di esistere in ogni luogo.
In parallelo - residenza teatrale (ndr) - lavoriamo su Asja Lacis, rivoluzionaria lettone che ci ha spinto a entrare in relazione con altre figure di grande valore: Irida Gjergji, alla viola, alla voce e all’elettronica; Silvia Bragonzi, che in una dimensione drammaturgica recupera e rielabora le improvvisazioni sceniche, costruendo un dialogo concreto e continuo tra voce, corpo e luce. Anche la dimensione luminosa è parte integrante della scrittura: in questo caso è curata da Giuseppe Carullo, che segue anche la consulenza registica
Che cosa significa per voi "residenza"? In che modo incide sulla scrittura scenica?
È fondamentale. Io e Giuseppe veniamo da Messina, Irida da Pescara e Silvia da Milano: questi momenti di convergenza sono gli unici che consentono un lavoro che non è mai, mai “a tavolino”. Le residenze così piccole e brevi non bastano mai; servirebbero sempre processi un po’ più lunghi. Proprio per questo, questa situazione per noi è un regalo immenso, perché stiamo in un teatro, in un teatro vero, e possiamo lavorare molti giorni tutti insieme.
Sono tutte condizioni dalle quali riusciamo a trarre spunti e vantaggi, ma lo spettacolo non esiste senza una partecipazione reale. C’è molta fatica, perché chiedo a Irida di essere presente anche su questioni di analisi dei documenti: noi creiamo insieme. Io parlo, lei magari suona, interviene con la sua musica; è parola, è definizione ambientale, sono elementi che, detti così, possono sembrare astratti, ma in realtà sono un fatto scenico, concreto. Non potremmo lavorare prescindendo da una ricerca condivisa.
Asja Lacis, cosa vi ha spinto a riportare il suo pensiero e la sua pratica sulla scena?
Era una donna straordinaria, capace di infiammare anche gli intellettuali uomini. Aveva una visione ampia, radicale. Regista di formazione, diplomata a Pietroburgo, a un certo punto, a Riga, decide di rinunciare alla propria posizione per dedicarsi alla pedagogia. Incontra i ragazzi di strada e, per lei, questa scelta diventa una vera e propria guerra. Rischia molto, ma riesce a ribaltare completamente il punto di vista. È una prospettiva che sentiamo profondamente attuale. Ci capita spesso, per ragioni diverse, di avere a che fare con il mondo della scuola, e riconosciamo oggi un’incapacità strutturale nel dare valore e funzione a quella che è la meraviglia dell’infanzia, troppo spesso codificata, per usare un termine che ricorre nei nostri discorsi, addirittura “clinicizzata”. La rivoluzione che Asja Lacis compie sul mondo infantile è, dal nostro punto di vista, uno degli aspetti più interessanti del suo percorso ed è ciò che la porta all’incontro con Walter Benjamin. Da qui nasce anche il nostro dialogo con il Manifesto proletario dei bambini di strada: un testo che apparentemente parla di infanzia, ma che in realtà è un discorso sulla potenza rivelatrice del teatro. Come tutti i nostri lavori, anche Asja Lacis è, in maniera molto concreta, un discorso sul teatro.
Nel progetto si parla di “ricerca, gioco e libertà” e di jam session creativa. Come si traducono in sala prove?
Questi elementi si intersecano a partire dalla scelta dei temi, attraverso una metodologia che affonda le radici nella tradizione russa e che caratterizza in parte la nostra formazione. Scegliamo un tema - in modo inizialmente aperto - che emerge dalla documentazione. Dal tema nascono suggestioni di parola e di musica, ed è lì che avviene l’intersezione. Io mi lascio spingere da Irida, dai suoi movimenti, da ciò che genera come sostanza sonora; e, allo stesso tempo, lei sostiene di lasciarsi muovere da me. Si tratta di un vero e proprio atto di congiunzione. Silvia, a sua volta, accoglie e riorganizza questa materia: osserva le improvvisazioni, riconosce ciò che funziona e ciò che non funziona, le annota, le restituisce in una forma possibile. Giuseppe Carullo interviene dal punto di vista registico, individuando ciò che tiene, ciò che eccede, ciò che va contenuto. Tutto questo si innesta, inoltre, su una poetica oggettuale e minimale. Ne nasce un sistema di incastri, una vera e propria jam session.
Che ruolo ha il suono nella costruzione drammaturgica di Asja Lacis?
Minasi: È fondamentale. Senza di lei, senza la sua presenza, io non potrei muovermi in questo modo.
Carullo: In questo lavoro la musica non è un linguaggio che si aggiunge alla scena: è un linguaggio che sta dentro la drammaturgia. È drammaturgia pura.
Due passi sono, cosa "vi" restituisce oggi rispetto a quando è nato?
Minasi: Non ha mai smesso di andare in scena. È un lavoro che attraversa la nostra esistenza. Mi commuovo davanti al fatto che qualcosa di così semplice ci abbia permesso di fare teatro, di girare l’Italia, di diventare una compagnia, di costruire una famiglia, di avere un figlio, una casa. Sembra una sciocchezza, ma Due passi sono mi insegna continuamente.
Carullo: Noi non siamo più quelli del 2011, non abbiamo più gli stessi desideri, né lo stesso sguardo. Eppure questo testo parla proprio di desideri, in maniera molto concreta. Ogni volta che ci riavviciniamo a Due passi sono, mi sembra che il testo mi stia insegnando qualcosa anche oggi: mi invita a tornare ai piccoli desideri, a guardare la vita in modo semplice.








