“Credo che sia proprio la poesia delle cose, sapere che non possiamo possedere nulla e tutto dobbiamo lasciare agli altri”. È questa una delle prime frasi pronunciate dal mastro giocattolaio Roberto Papetti nel docufilm del quale è protagonista, scritto e diretto dall'antropologa visiva e regista Alexandra D'Onofrio e dalla documentarista e montatrice Sara Zavarise.
"La vita segreta dei giocattoli” ha come tema l'auto-costruzione di giocattoli per affrontare i temi più urgenti e universali di oggi: la pace, l’ecologia, il riciclo, la critica al consumismo, la trasmissione del sapere. Proprio in questo incipit di parole si condensa il senso della storia e dell'attività di uno degli ultimi custodi dei segreti dei giocattoli, che ha fatto della sua passione non solo un mestiere ma anche una missione.
Il giocattolo, oggetto capace di sognare e di far sognare, diventa per Papetti un omaggio da lasciare agli altri, un ponte che consenta di traghettare le fantasie dei bambini (e perché no, anche degli adulti) dall'immaginario alla realtà, un'idea che si fa concreta per consentire “di esplorare e tastare il mondo”.
Lo spiega bene il film che racconta non soltanto l'artista e l'artigiano, ma anche l'uomo, accompagnandolo durante le sue attività nel suo studio-bottega di Ravenna e in alcuni dei suoi laboratori per bambine e bambini con i quali costruisce i giocattoli più rappresentativi della sua poetica: a Palermo il “Bestiario da cassetta da frutta”, al Lido di Venezia “Marina la Sirena”, e a Roma “I Pacifici” (quest'ultimo è uno dei giochi di Papetti che più ha viaggiato nelle scuole italiane e nel mondo e anni fa ne arrivò persino un esemplare a Gaza).
Insieme ai suoi piccoli allievi, il giocattolaio dapprima si avventura per la città, per le spiagge e nel verde della natura alla ricerca di materiali utili alla realizzazione dei giochi. Poi, una volta costruiti attraverso uno studio attento delle “cose buttate via”, insieme ai bimbi li restituisce agli spazi grazie a cui hanno preso forma: “si prende da questo mondo e si torna in questo mondo, cioè lo si riporta fuori, lo si ridà agli altri perché giochino nei cortili, nelle strade”, un concetto che si incastra perfettamente con l'etica del riciclo.
Per Papetti è un po' come recuperare un pezzo di infanzia: come racconta lui stesso verso la metà della pellicola, quando si inizia a parlare anche della sua vita 'prima dei giocattoli', da bambino non gli era molto concesso di giocare. Figlio di un padre molto severo e autoritario, sin da piccolo lo aveva seguito sulle navi come mozzo, fino a quando non compì il suo primo vero atto di libertà: decidere di tornare sulla terraferma (ma solo con i piedi, non con la fantasia) e di frequentare un istituto d'arte. Da lì, quel filo con la fanciullezza che sembrava essersi interrotto, ha ripreso a scorrere nelle sue mani, specie quando possono muoversi insieme alle manine dei suoi allievi; seppur sotto la sua attenta guida, li lascia liberi di progettare, costruire e anche di non terminare i propri lavori, secondo un'estetica del non finito che ben si sposa con le costruzioni dei bambini.
Guardando il documentario, si comprende tutta la passione che accompagna il lavoro di questo mastro giocattolaio, soprattutto quando nei suoi occhi si accende la stessa luce che si accende appunto in quelli di un bambino che ha appena scoperto una cosa nuova. Lo si vede mentre disegna, esplora il suo quaderno delle idee e lavora alla realizzazione di un giocattolo dalla forte carica simbolica che verrà svelato soltanto alla fine del film; ma lo si vede anche giocare con i bambini e non fermarsi nemmeno di fronte agli anni che passano, facendo evolvere la sua attività nella possibilità di portare un messaggio di pace, oltre che di sostenibilità, nelle scuole: “è il mondo che deve entrare dentro alla scuola – afferma in un passaggio – e la scuola deve uscire fuori per capire il mondo”.
Già fondatore negli anni ‘80 del secolo scorso del centro di educazione ambientale “La Lucertola”, dopo molti anni è giunto adesso a un punto cruciale del suo percorso, anche questo seguito dal docufilm: l'allestimento della sua prima grande retrospettiva al MAR di Ravenna, che segna un importante riconoscimento della sua ricerca artistica, dopo una carriera spesso percepita come 'un picnic ai bordi dell’arte'.
La pellicola riflette inoltre nella lentezza della narrazione – che in questo caso è pregio e non difetto – la lentezza del lavoro del mastro giocattolaio (mastro non maestro, come sottolinea Roberto, poiché lui stesso ha alle spalle anni di solida esperienza da tramandare agli altri) che richiede tempo e pazienza perché le creazioni prendano vita. E peraltro, grazie alla tecnica delle animazioni in stop-motion, i giocattoli prendono vita veramente nel film, muovendosi in segreto e avendo un'esistenza propria: “se il giocattolo non ha il cuore non può avere nemmeno la fantasia” afferma una bambina in uno dei laboratori. Una concezione animistica, in cui il giocattolo diventa qualcosa di vivo, con un linguaggio e un modo proprio di essere vissuto e interpretato.
Non a caso Papetti paragona la propria attività a quella di un poeta dichiarando: “Penso di costruire giocattoli come un poeta scrive poesie. Con attenzione alle forme, ai colori, alle decorazioni, agli aspetti storici, agli aspetti animistici per ridare significato alle cose perdute e abbandonate. Penso al giocattolo come fosse un amuleto, un oggetto della buona sorte che può portare fortuna. Qualcosa che ti allieta, che ti mette una gioia quando sei triste, ti distrae dai pensieri sulla guerra, sui conflitti che hai con le altre persone. Quella forza affermativa, quel dire sì alla vita che c'è nella poesia”.
Il film, presentato in anteprima al Biografilm 2026 di Bologna e ai giovani detenuti dell'IPM Pietro Siciliani nell'ambito del progetto educativo Tutta un’altra storia, sarà distribuito nelle sale e nei circuiti educativi da ZaLab – la casa che lo ha anche prodotto – a partire da metà settembre circa.






