"Se non fossi Andy Warhol, vorrei essere Mario Schifano". È confermato: questa frase è stata effettivamente pronunciata da Andy Warhol e riferita a Mario Schifano, definito “l’artista maledetto” per le sua dipendenza dalle droghe (durata tutta la vita), celebrato da una retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Un artista spesso dimenticato – non dagli intenditori d’arte – senza giusta ragione dal pubblico e perfino dall’appassionato medio - che, grazie agli allestimenti a lui dedicati, può conoscere un personaggio eclettico che ha fatto della sua arte un percorso diviso tra pittura, fotografia, musica, cinematografia e multimedialità (un “avanguardista” del genere) che in un azzardo forse non così rischioso noi paragoniamo come icona culturale a Woody Allen per l’approccio estremamente bohemien della critica d’arte e della storia della cultura tra New York e Roma, nonché per un visione ironica e disincantata nei confronti di ciò che lo circondava.
Nato nella Libia italiana nel 1934 e morto a Roma nel 1998, Schifano decide di lasciare chiare disposizioni sul suo “lascito”, chiedendo di far iniziare la sua parabola artistica nel 1960 e ignorando completamente i primi anni decidendo egli stesso di relegarli a prove artistiche giovanili non degne di memoria.
È invece proprio sugli anni precedenti al 1960 che la mostra – sviluppata su sette sale in ordine cronologico – si vuole concentrare, perché già dai primi lavori si comprende l’estro e la curiosità onnivora nei confronti dei materiali come ad esempio per il cemento utilizzato dall’amico Giuseppe Uncini. Schifano condivideva con Uncini la sperimentazione sulle possibilità strutturali della materia pittorica, l’idea cioè che il supporto, il quadro, dovesse essere visto come oggetto fisico.
“I Paesaggi” del 1956 - il cui soggetto perdura nell’intera biografia artistica di Schifano - gli “Studi” e le “Pitture di matrice informale” del 1959, consentono nel percorso di arrivare con maggiore consapevolezza alla visione dei “Monocromi” che quindi non sono un’improvvisazione, ma il risultato di un studio già presente nelle opere informali della fine degli Anni Cinquanta.
Ed è proprio la sala dei Monocromi del 1960 a lasciare stupito l’osservatore: per il minimalismo certo, ma anche per l’idea della manipolazione artigianale dei telai. Eppure per Mario Schifano (ed è qui che - con il doveroso rispetto - troviamo le similitudini con la dissacrazione di Allen) "fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta", (“N. 3”) in una rappresentazione solo di se stesso, come gli altri monocromi (ad esempio “Grande Verde”), prima del significato e della sovrastruttura attribuita dai critici.
“Pensavo che dipingere significasse partire da qualcosa di assolutamente primario… Dipingevo quadri così: col blu, col rosso, col giallo”.
Nel catalogo della mostra, la curatrice Daniela Lancioni definisce il lavoro di Schifano come una continua “rigenerazione della pittura”: formula estremamente precisa per comprendere la funzione dei monocromi. In quelle superfici smaltate, apparentemente uniformi, la pittura non viene negata ma portata a una condizione liminale, una “sospensione”, una soglia enfatizzata da minime sgocciolature e dal bordo della superficie delineato da un sottile strato nero che già rimanda alla struttura di uno schermo cinematografico, uno spazio vuoto che dialoga con il mondo circostante.
“Io non amo la natura” , “Incidente” - nel quale Schifano esclude la rappresentazione delle vittime a differenza di Warhol - “Grande angolo”; è qui che dalle tele o dalle carte a fondo monocromo emergono lettere, segni grafici essenziali e campiture di colore che uniscono l’artista alla street art metropolitana (Banksy ha avuto grandi maestri) e a una visione di non finito.
Il percorso si snoda attraverso numerose opere che sembra un peccato non citare ma che se fossero tutte descritte toglierebbero quella sana curiosità di documentarsi sull’eclettismo di questa icona culturale fino ad arrivare agli ultimi anni di produzione. Collage di fotografie da lui stesso scattate che in qualche modo hanno ispirato il montaggio di spezzoni nella trasmissione Blob fino ad arrivare a “Ignoto per esempio”, e “Sorrisi scomparsi” e “Campo profughi”. ma soprattutto “Le avventure dei giocattoli eccedenti”: quaranta piccole tele smaltate realizzate da Schifano utilizzando i giochi del figlio – insieme al figlio – modificati, fusi, bruciati e “stesi” in un nuovo gioco creativo.
Non ci sarebbero gli artisti contemporanei se non ci fosse stato Mario Schifano e Mario Schifano non avrebbe potuto esistere senza aver vissuto gli anni in cui la pittura in quanto tale veniva messa in crisi per restituirne nuove possibilità. È questo che la mostra restituisce: l’idea di un artista sempre attuale che potrebbe convivere con gli attuali Banksy o Levalet senza sfigurare e che anzi probabilmente metterebbe a dura prova nomi celebrati dai critici le cui opere probabilmente sarebbero rivalutate. Anzi, che dovrebbero essere rivalutate in base all’insegnamento offerto da questa mostra.
Scheda Mostra
- Titolo: Mario Schifano
- Luogo: Palazzo Esposizioni Roma, Via Nazionale
- Date: 17 marzo - 12 luglio 2026
- Curatela: Daniela Lancioni
- Produzione: Azienda Speciale Palaexpo
- Collaborazione: Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia
- Catalogo: Electa








