La Classe (recensione)

"La Classe" non è un semplice spettacolo, ma una lezione "teatrale" cui tutti dovrebbero assistere, per stare meglio dopo

m&s - Albert nella sua classe (foto Claudio Cavalloro)
m&s - Albert nella sua classe (foto Claudio Cavalloro)

Ci troviamo in un "non-luogo", ispirato originariamente a Calais, ma potrebbe essere anche "altrove", in un qualsiasi paese europeo, dove coesistono una comunità locale in grossa difficoltà di valori e un centro di "accoglienza" per rifugiati, così grande e così lasciato a sé stesso da essere chiamato lo "Zoo". I residenti si riconoscono, soprattutto fra loro, perché sono quelli che "pagano le tasse", che hanno principalmente diritti, tutti per nascita, come se avessero potuto scegliere da quale parte del mare venire al mondo. Mal sopportano l'ingombrante e rumorosa presenza dei disperati e ricorrono, giorno dopo giorno, ai classici luoghi comuni dei poveri contro i poveri, del noi contro voi, del "non è un mio problema la tua guerra", cui molta "disinformazione" mediatica e una spiccata faziosità politica ci hanno da tempo abituati.

In un contesto sociale così difficile Albert (Andrea Paolotti) si trova alle prese con il suo primo incarico (a tempo determinatissimo) in una scuola professionale nelle immediate prossimità dello Zoo. E' anche un ex rifugiato, oltre ad essere, almeno al momento, un docente di storia. Deve, in appena 4 settimane a ridosso del Natale, far maturare i crediti necessari per il recupero di sei studenti sospesi. Si tratta di ragazzi molto difficili, che vanno promossi ad ogni costo perché possano diplomarsi e togliersi di torno. "Non voglio bocciarli e ritrovarmeli qui anche il prossimo anno", è l'unico pensiero e l'esortazione che Albert riceve dal preside (Claudio Casadio).

L'indifferenza per i ragazzi - maschera dietro la quale si nasconde (ma non troppo) il disprezzo - e la scarsa attenzione verso la loro formazione sono un immediato motivo di attrito con la "mission" di educatore del giovane insegnante. Ma la soluzione è presto trovata: quattro settimane possono passare presto, basta stare attenti a far firmare sempre il foglio presenza e piazzare i ragazzi davanti a dei documentari, in una fredda, brutta e sporca classe (la "bella" e verosimile scenografia è firmata dallo specialista Alessandro Chiti). Le "lezioni" avvengono di pomeriggio e non si può sicuramente pretendere di accendere il riscaldamento solo per loro sette. Tanto vale che Albert si attrezzi, ovviamente a sue spese, con una stufetta elettrica.

Il disappunto si trasforma in aggressione fisica nel momento in cui i recalcitranti allievi sono tutti nella classe. Nicolas (Federico Le Pera) è il capo branco, non parla ma urla, non chiede ma ordina, e minaccia, anche con il coltello. Ha la testa piena delle pericolose idee che fanatici adulti gli hanno inculcato (immediatamente evocativo delle stesse atmosfere di "American History X" di Tony Kaye). Si accompagna (non possiamo sicuramente definirli due fidanzatini) con Arianna (Valentina Carli), una bella ragazza dal trucco vistoso e dall'animo (apparentemente) vuoto, preoccupata solamente di poter fumare, seduta all'ultimo banco dell'aula. Gli altri quattro sembrano essere usciti da una barzelletta, li apostrofa Nicolas, perché Maisa (Caterina Marino) è musulmana, Vasile (Edoardo Frullini) è uno "zingaro", Talib (Andrea Monno) è "negro" e Petra (Giulia Paoletti) è ebrea.

Dopo un maldestro tentativo di coinvolgimento dei presenti (non basta aver letto il "Giulio Cesare" per poter essere William Shakespeare!), che produce come risultato l'uscita anticipata di tutta la classe (ma solo dopo aver firmato il foglio delle presenze), l'impasse viene, momentaneamente, risolta con la proposta di concorrere ad un bando europeo rivolto alle scuole superiori, tema "I giovani e gli adolescenti vittime dell’Olocausto". Talib ha fatto bene i suoi conti, la classe è composta di sole 6 persone e il premio è di 70.000 euro, meglio farlo loro che partecipare di mattina, con la classe molto più numerosa di cui il ragazzo farebbe parte. La vittoria è nelle loro mani, perché è venuto fortuitamente in possesso di un dossier segreto (e inedito) che testimonia le torture cui sono stati sottoposti molti rifugiati. La classe, ma non Nicolas, si convince a partecipare, ma ci sono dei particolari che nessuno conosce e che, ovviamente, vanno scoperti a teatro.

Sono molti i temi che il bellissimo ed ispirato testo di Vincenzo Manna "getta" contro le coscienze degli spettatori, in primis disegnando quella cattiva scuola dove l'unica legge che conta è quella di "non avere problemi" e ottenere finanziamenti. Una scuola che si è arresa di fronte all'indifferenza generale, che non si cura di cosa saranno i ragazzi una volta che ne saranno usciti, una scuola che conteggia solo le iscrizioni (perché rappresentano soldi) e non le persone. Il secondo tema trattato è l'involuzione della società odierna, la rabbia disperata, violenta e insensata contro il diverso, per lingua, religione, fede calcistica, inclinazioni sessuali, e la lista potrebbe continuare molto a lungo. E' questa forma mentis da "leone da tastiera" che ha la più grande responsabilità del degrado urbano contemporaneo, è l'adulto "cattivo", che non si cura delle conseguenze di un suo gesto o di una parola, che genera l'adolescente "cattivo".

I ragazzi sono, quindi, le vittime di un mondo che non li ha voluti, che non li vuole, perché dovrebbe poi occuparsene. Reagiscono con la violenza e la disperazione, perché sono questi gli unici stati d'animo che conoscono, prima di "arrendersi" ed essere la parte consapevolmente perdente di un sistema che li ha messi alla porta dalla loro nascita.

Se Nicolas pensa di voler "andare a prendere uno per uno i rifugiati" è solo perché così è stato cresciuto ed "educato". Se tira fuori il coltello e sa solo urlare è perché da quando è nato a questo è stato abituato (suggeriamo la visione di "10 in amore", 1958, di George Seaton, specificatamente la scena in cui Doris Day legge il "compito" di Clark Gable). I tanti Nicolas che affollano prigioni o cimiteri sono il frutto di tanti "non" insegnanti, tanti "non" genitori, tanti e troppi "non" adulti, fortunatamente per noi tutti ci sono anche "alcuni" Albert a fare ancora resistenza, anche se non sono più la maggioranza. Non esistono più i Don Chisciotte di una volta.

"La Classe" è una difficile interpretazione da parte del cast artistico e una difficile direzione da parte del regista, vuoi per i tanti registri drammaturgici (abbiamo presentato solo i temi che abbiamo individuato, ma c'è ancora molto altro), vuoi perché bisogna calarsi in panni di adolescenti, quando adolescenti non lo si è più: ma la bellezza di questo mestiere è anche questa. Tutto il cast è stato messo in grado di spogliarsi del proprio essere "attore" e di mettere in evidenza il personaggio, dando spazio solo al racconto, e la conduzione ha impresso all'opera teatrale un taglio quasi cinematografico, che porta lo spettatore a non applaudire "durante", per non disturbarne lo svolgimento. L'applauso al termine è ancora più grande e testimonia quanto lo spettacolo possa imprimersi indelebilmente nelle menti di chi lo ha visto. Nelle nostre c'è e ci rimarrà sicuramente molto a lungo.

Accademia Perduta Romagna Teatri, Goldenart Production, Società per Attori
in collaborazione con Tecnè, Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale, Phidia
presentano
LA CLASSE
di Vincenzo Manna
regia Giuseppe Marini
con Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Valentina Carli, Edoardo Frullini,
Federico Le Pera, Caterina Marino, Andrea Monno, Giulia Paoletti
scene Alessandro Chiti
musiche Paolo Coletta
costumi Laura Fantuzzo
disegno luci Javier Delle Monache
il progetto e lo spettacolo sono sostenuti da Amnesty International
durata 110 minuti, escluso intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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