Archiviato definitivamente il primo titolo scelto (L'ebreo), forse perché considerato eccessivamente divisivo, il testo di Clementi, affidato a Nancy Brilli, per la regia di Pierluigi Iorio, torna in scena anche in questa stagione.
Alla fine dell'Ottocento Giovanni Verga rende protagonista di una sua novella la "roba" accumulata da Mazzarò. Non c'è nel bracciante la voglia di riscatto o di ascesa sociale, ma solo la determinata e deviata volontà di possedere senza godere. Oggi pifferai del XXI secolo suggeriscono a un mondo di sprovveduti un modello di apparente successo fatto di Lamborghini, voli in jet privati e residenze di sogno in paradisi fiscali. In mezzo a tutto ciò, possiamo collocare L'ebreo di Gianni Clementi.
Ambientata nel 1956 a Roma, la "commedia" di Clementi pone la sua crudele attenzione sui comportamenti di una coppia ex popolare, i coniugi Consalvi, altro esempio di accumulatori di proprietà che dalla ricchezza conquistata fortuitamente hanno tratto agi, ovviamente, ma soprattutto un personale pensiero di riscatto sociale. Immacolata (Nancy Brilli) è il Mangiafuoco con in mano sia i cordoni della borsa della propria ricchezza che i fili del proprio docile burattino, il marito Marcello (Fabio Bussotti), un commesso diventato Padrone ma con l'animo (perché questo non si può cambiare) del sottoposto, del dipendente cui qualcuno deve sempre dire cosa fare. E la moglie lo fa, continuamente, con la massima facilità e con un certo piacere del comando.
Ricordandoci gli stessi atteggiamenti della spettacolare Gioconda Perfetti di Abbasso la ricchezza! (1946, regia di Gennaro Righelli), Immacolata ostenta la classe che non ha, gli abiti di alta sartoria, il matrimonio principesco della figlia, la bellissima casa (scenografia di Alessandro Chiti) e il televisore, come nei bar. Peccato che Marcello non abbia il suo stesso animo e si limiti a indossare, come ogni giorno, il grembiule del commesso di bottega e non il doppiopetto del padrone, di chi gli ordini li dà e non li prende, ma sempre sopra di lui c'è Immacolata. Probabilmente Marcello avverte - e lo dice anche - che tutto quello che ha non gli spetta, non l'ha guadagnato ma si è semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto.
Il vero proprietario di tutta la loro "roba" è il padrone ebreo che si è dovuto disfare di tutto dopo l'assurdità (e vergogna) delle leggi razziali del 1938 e - con probabilità - la fuga dalla Capitale dopo il rastrellamento del Ghetto del 1943. "Prestava i soldi a strozzo" è il giustificativo che Immacolata si dà nel voler a tutti i costi continuare a essere proprietaria di ciò che mai è stato suo, ora che ci sono possibilità che tutto o parte di tutto le venga tolto, per essere restituito a chi - legalmente - ne è il legittimo proprietario. Il "padrone" si aggirerebbe nel quartiere, è quindi riuscito a sopravvivere (sempre che la persona vista sia effettivamente lui) e con sicurezza assoluta, nel pensiero di Immacolata, verrà a reclamare quello che una volta era suo, ma ora non lo è più. C'è bisogno di un piano efficace, per ristabilire giustizia ed equità, perché quello che ora appartiene ai Consalvi rimanga perennemente a loro. Perché questo avvenga c'è bisogno di un aiuto, e quale miglior complice di Tito (Claudio Mazzenga), idraulico tanto solare quanto pieno di debiti. Riusciranno i tre a portare a termine il loro piano?
Nell'approcciare a questa nuova messa in scena, la regia è firmata da Pierluigi Iorio, vista la forza della protagonista femminile, avevamo l'attesa che tutto avrebbe ruotato attorno al personaggio di Immacolata, proponendo così al pubblico un nuovo tratteggio scenico della povera donna che con i soldi (degli altri) cerca il proprio riscatto sociale. Diversamente si è mantenuta la rotta sul sorriso appena accennato, evitando la conflittualità e drammaticità inasprita di "clementiana" scrittura. Il risultato è una commedia più che godibile, ben giocata dai registri dei tre interpreti, ma che probabilmente non desidera andare oltre (il pubblico ha premiato questa scelta con un lunghissimo applauso finale).
Divertente la strizzata d'occhio alla coppia Loren-Mastroianni di Ieri, oggi, domani (1963, regia Vittorio De Sica), segno di come si possa sempre giocare e continuare a divertire, al cinema come in teatro, anche con temi difficili. Peccato che, sorriso a parte, l'essere umano caparbiamente si dimostri sempre il peggior nemico di sé stesso, a prescindere dalla religione professata. Ma anche a questo si fa l'abitudine, purtroppo.
Società per Attori | Miele Movie
presentano
NANCY BRILLI
in
IL PADRONE
di Gianni Clementi
con Fabio Bussotti e Claudio Mazzenga
regia Pierluigi Iorio
scene Alessandro Chiti | costumi Josè Lombardi
luci Javier Delle Monache | aiuto regia Federico Le Pera
durata un atto unico di 85 minuti








