Marcinelle, storia di minatori (recensione)

C'erano una volta un veneto, due abruzzesi e un siciliano. E dall'8 agosto del 1956 non ci sono più!

Marcinelle, i quattro minatori
MARCINELLE, storia di minatori, i quattro minatori

Per una volta iniziamo la nostra narrazione giornalistica dalla "fine", da quella parola che non si vede mai in una sala teatrale e che normalmente coincide con l'applauso finale, a volte addirittura la stand up, l'inchino degli attori, il sorriso in alcuni casi e la commozione in altri. Ed è probabile che in questo caso si tratti di questa seconda opzione. 

E non abbiamo nemmeno il timore di raccontare come sia andata, cosa che non facciamo mai, nemmeno recensendo l'Amleto di Shakespeare, perché in questo caso il finale lo hanno raccontato le cronache "reali" di 70 anni fa, quando 262 minatori, dei quali 136 italiani (ma di fronte alla tragedia la nazionalità conta poco), hanno perso la vita, ammazzati dalla loro stessa aspirazione di vivere meglio, di offrire un futuro alle proprie famiglie, sicuramente non di finire dentro una bara e di essere ben presto dimenticati o nascosti, nell'imbarazzo di chi sicuramente deve essersi sentito parzialmente responsabile.

Come succede quando si chiude la porta della stanza della memoria, perché ci si vergogna di comportamenti e scellerate decisioni, ma con il senno di poi. Meglio, senza dubbio, dare una bella lavata di pavimento, applicando la romana ma sempre valida "damnatio memoriae". I ricordi si sbiadiscono, l'età si porta via i testimoni, chi eredita la memoria prima o poi si arrende davanti al muro di gomma (cit.).

Ariele Vincenti, invece no. Non nuovo a questo genere di recuperi teatrali della memoria collettiva (suggeriamo la lettura delle nostre due recensioni di Marocchinate, a fondo di questa pagina), sia in scena, ma anche nelle vesti di autore attento e scrupoloso e di regista, ha ricostruito una delle tante pagine di storia contemporanea di questa nazione, fatta di povera gente che per non morire (di fame) non va in America - come nel Titanic di Francesco De Gregori - ma molto più vicino, in Belgio.

D'altra parte l'accordo concluso dal governo italiano con quello belga (manodopera in cambio di carbone) non sembra che essere foriero di soli vantaggi: si lascia a casa la fame e la totale mancanza di prospettive per spostarsi dove c'è la sicurezza del lavoro e del pane. Poco importa se bisogna passare una giornata intera a spaccarsi letteralmente la schiena in miniera, a centinaia di metri di profondità, rinchiusi in microspazi, praticamente dei loculi, al buio e con il rischio - in ogni momento - di portarsi via una mano, picchiando sulle pareti, o di respirare fumi tossici.

Non che non siano mancate le avvisaglie, ma la disperazione è sempre cattiva consigliera. 
Quando i lavoratori italiani hanno lasciato i loro paesi, le piccole stazioni di provincia si sono riempiti di speranze ma anche di lacrime (quasi un presagio). Con le valigie di cartone in mano e tanta voglia di riscatto nell'animo, gli aspiranti minatori sono saliti in treno per quello che era stato assicurato essere un viaggio di "sole" 23 ore. In realtà ci vogliono 5 giorni, in condizioni disumane a livello logistico e sanitario, ammassati su una sorta di carri bestiame, completamente bloccati nell'attraversamento della Svizzera, per impedire la "fuga" in territorio elvetico, non si sa mai possano contaminare la pace e pulizia d'oltralpe (sempre a proposito della "damnatio memoriae").

Una volta arrivati, anche l'impatto con la miniera non è dei più positivi. Gli alloggi si trovano all’interno degli ex campi di concentramento che i tedeschi usavano durante la Seconda Guerra Mondiale. La popolazione locale è ostile, le condizioni di lavoro sono disumane, con turni di lavoro estenuanti e pagamenti a cottimo: più carbone si recupera, più la paga si alza. Guai a chi si azzarda a chiedere spiegazioni e rispetto degli accordi. La silicosi è una logica conseguenza del tentativo di affrancamento dalla povertà, almeno per quelli che rimangono vivi e riescono - a fine contratto - a ritornare a casa. 

Marcinelle, storia di minatori (che ha già fatto un primo passaggio stagionale nelle sale italiane) ripercorre minuziosamente la cronologia temporale della vita di quattro minatori (un veneto, due abruzzesi e un siciliano), dalla partenza dai propri paesi d’origine alla tragedia nella miniera dove si verifica la tragedia. Lo spettacolo è il frutto di un accurato studio di Ariele Vincenti dei fatti avvenuti e del contesto sociale dell’epoca, attraverso fonti scritte, filmiche e orali. Tutto il resto è una lapide (136) in qualche cimitero di provincia. Per chi ancora se li ricorda.

Scheda spettacolo

  • Titolo: Marcinelle, storia di minatori
  • Genere: Prosa
  • Testo e regia: Ariele Vincenti
  • Interpreti: Ariele Vincenti, Francesco Cassibba, Sarah Nicolucci, Giacomo Rasetti, Vincenzo Tosetto
  • Musiche e rumori dal vivo Tiziano Gialloreto
  • Scene Alex Chiti
  • Disegno luci e fonica Stefano Pierucci
  • Costumi Agostina Imperi
  • Aiuto regia Nicolò Marabini
  • Grafica Marco Animobono
  • Produzione Alt Academy e Teatro Stabile d’Abruzzo
  • Ringraziamenti Paolo Di Stefano autore di "La catastròfa. Marcinelle, 8 agosto 1956", Walter Basso autore di “Carne da miniera”, Associazione Nazionale Vittime Di Marcinelle, Museo delle miniere di mercurio del Monte Amiata, Filippo Ferraro Fano
  • Durata: un atto unico di 80 minuti
  • Voto: ★★★★☆ (4/5 stelle)

Spettacoli di e con Ariele Vincenti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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