Alcesti: Tra simbolo e contemporaneità (recensione)

Rileggere un classico: custodia della memoria o messa in discussione?

Deniz Ozdogan è Alcesti
m&s - Deniz Ozdogan è Alcesti

L'Alcesti di Filippo Dini sceglie una terza via. Non conserva il mito sotto una teca e non tenta neppure di piegarlo alle mode del presente. Preferisce mettere in relazione due tempi apparentemente lontani, lasciando che siano la scena, i corpi degli interpreti e un fitto tessuto di simboli a costruire un dialogo continuo tra la tragedia di Euripide e la sensibilità odierna.

Apollo, punito da Zeus, è costretto a servire Admeto, re di Fere. Per riconoscenza ottiene dalle Moire che il sovrano possa sottrarsi alla morte, purché qualcuno scelga di sacrificarsi al suo posto. Nessuno accetta quel destino, né gli amici né gli anziani genitori. Sarà Alcesti a offrire la propria vita per salvare quella del marito. Da questo gesto prende forma una riflessione sul valore dell'amore, sulla responsabilità e sulla forza delle scelte individuali, destinata a trovare un inatteso spiraglio di speranza nell'intervento finale di Eracle.

La regia rinuncia a qualsiasi ricostruzione filologica e affida la propria identità a un linguaggio scenico fortemente simbolico. Nulla è stato collocato sul palcoscenico per semplice gusto estetico. La verticalità dello spazio domina costantemente l'azione, mentre la reggia di Admeto prende forma attraverso cabine armadio monumentali, tapis roulant, una panca per l'allenamento e oggetti appartenenti alla nostra quotidianità. Anche i costumi seguono la stessa direzione, allontanandosi dall'immaginario classico per dialogare apertamente con il presente. Non si tratta di una provocazione, ma di una precisa scelta poetica: il contemporaneo non invade il mito, lo accompagna.

Lo spettacolo, infatti, non offre mai una lettura univoca. Chiede allo spettatore di partecipare attivamente, di ricostruire significati e rimandi disseminati lungo l'intera messinscena. È proprio questa fiducia nello sguardo del pubblico a rappresentare uno degli aspetti più interessanti dell'allestimento.

In questa costruzione il coro assume un ruolo decisivo. Le figure femminili, avvolte in tonalità che spaziano dal porpora al viola, fino al bordeaux e al fucsia, attraversano continuamente il palcoscenico trasformandolo in uno spazio vivo. I loro movimenti sono essenziali, mai ornamentali, e rivelano un attento lavoro sul corpo. Ogni gesto sembra nascere da una precisa necessità scenica e, in più occasioni, si sviluppa naturalmente in una dimensione coreografica che accompagna e amplifica il racconto. Il coro non osserva semplicemente la tragedia: la attraversa, la sostiene e la rende tangibile.

Fin dal suo ingresso, Thanatos contribuisce a chiarire la cifra stilistica della regia. I servi che lo accompagnano richiamano, per postura e dinamica, gli zanni della commedia dell'arte, creando un inatteso ponte tra linguaggi teatrali differenti. Una contaminazione che incuriosisce e conferma la volontà della regia di non limitarsi a trasporre Euripide nel presente, ma di costruire una riflessione teatrale più ampia.

Se il sacrificio rappresenta il cuore della tragedia, Alcesti ne costituisce senza dubbio il cuore umano. La protagonista emerge come la figura più forte dell'intera vicenda. Non è una donna rassegnata, ma una persona che affronta con piena consapevolezza una scelta che gli uomini attorno a lei non riescono nemmeno a prendere in considerazione. In questo ribaltamento risiede uno degli aspetti più significativi dell'opera: mentre Admeto appare schiacciato dalla propria fragilità e dall'incapacità di opporsi al destino, è Alcesti a incarnare il coraggio, la responsabilità e la forza morale della tragedia.

Il suo ingresso, accompagnato dal canto e dal suggestivo attraversamento dell'acqua, costituisce uno dei momenti di maggiore intensità dell'intero spettacolo. L'interprete affronta il ruolo con autorevolezza, sostenendo una figura complessa sia sul piano attoriale sia su quello vocale. La qualità del canto non rappresenta un semplice elemento accessorio, ma diventa parte integrante della costruzione del personaggio, contribuendo a restituire tutta l'umanità di una donna che, proprio nel momento del sacrificio, rivela una forza morale superiore a quella di chi avrebbe dovuto proteggerla. È attorno ad Alcesti che l'intero spettacolo trova il proprio equilibrio emotivo e il significato più profondo dell'opera euripidea prende pienamente forma.

Il simbolismo raggiunge uno dei suoi vertici nel corteo funebre. La bambola di pezza, portata in processione dalle ancelle, supera il valore di semplice oggetto scenico e diventa una potente metafora della fragilità, dell'assenza e della memoria. La successiva sepoltura, costruita con grande essenzialità, rinuncia deliberatamente a qualsiasi ricerca di realismo e trova proprio nella forza evocativa dell'immagine la propria efficacia. Sono quadri che parlano prima all'emotività e soltanto dopo alla razionalità dello spettatore, confermando la volontà della regia di affidare ai simboli una parte sostanziale del proprio linguaggio.

Di notevole intensità risulta anche il confronto tra padre e figlio, uno dei momenti in cui il conflitto familiare emerge con maggiore forza, mettendo a nudo fragilità e responsabilità. Poco dopo, l'arrivo di Eracle in bicicletta nel pieno del corteo funebre ribadisce ancora una volta la poetica dello spettacolo: il presente entra nel mito senza cancellarlo, ma offrendo nuovi strumenti di lettura.

Pur rimanendo saldamente ancorato alla natura tragica dell'opera, lo spettacolo non rinuncia a inattese aperture di leggerezza. Alcuni personaggi, anche grazie all'utilizzo di differenti inflessioni dialettali - Eracle con una marcata cadenza veneta, il servo con una pronuncia barese - suscitano spontanee risate tra il pubblico. Non si tratta di un elemento che interrompe la tensione drammatica, bensì di una scelta coerente con la visione registica, che amplia il ventaglio espressivo dello spettacolo e ricorda come il teatro, anche quello tragico, possa accogliere registri differenti senza perdere la propria identità.

Le musiche accompagnano con sensibilità il procedere dell'azione, sostenendo le diverse atmosfere senza mai imporsi sugli interpreti. Gli attori sostengono con convinzione l'idea di regia, accompagnando lo spettatore lungo un percorso che alterna immagini di forte impatto, momenti di intensa emotività e inattese aperture di leggerezza. Pur sviluppandosi nell'arco di circa cento minuti, lo spettacolo mantiene costante il coinvolgimento del pubblico, senza conoscere significative flessioni di ritmo e accompagnando lo spettatore fino al finale con una narrazione sempre viva e coerente.

Come spesso accade nell'arte, anche il teatro dimostra che il confronto tra epoche differenti può generare nuove prospettive senza cancellare ciò che lo precede. Viene spontaneo pensare alla piramide del Louvre, progettata da Ieoh Ming Pei, che non sostituisce il palazzo storico, ma instaura con esso un rapporto fondato sul rispetto e sulla complementarità. Allo stesso modo questa Alcesti accosta scenografie, costumi e suggestioni del presente alla struttura immutata della tragedia euripidea. Il risultato non è uno scontro tra antico e moderno, bensì una convivenza capace di dimostrare come un classico continui a vivere proprio quando trova il coraggio di confrontarsi con il tempo in cui viene rappresentato.

Lasciamo la sala con una convinzione: questa messinscena non cerca di stupire attraverso la semplice attualizzazione del mito, ma attraverso una precisa idea di teatro. Un teatro che affida ai simboli, ai corpi, alla coralità e alla forza delle immagini il compito di raccontare ciò che spesso le parole, da sole, non riescono a esprimere. Un classico, in fondo, non chiede di essere conservato immobile nel tempo; chiede artisti capaci di continuare a interrogarlo. E questa Alcesti dimostra di possedere il coraggio e la sensibilità necessari per raccogliere quella sfida.

Alcesti
di Euripide
Traduzione Elena Fabbro
Regia Filippo Dini
Musiche Paolo Fresu
Scena Gregorio Zurla
Costumi Alessio Rosati
Movimenti Alessio Maria Romano
Disegno luci Pasquale Mari
Assistente alla regia Arianna Sorci
Assistente costumista Giulia Giannino
Assistente compagnia Giuseppe Orto
Direttore di scena Giovanni Ragusa
Interpreti Alessio Del Mastro (Apollo), Luigi Bignone (Thanatos), Sandra Toffolatti (ancella), Deniz Ozdogan (Alcesti), Aldo Ottobrino (Admeto), Giorgio Signorelli, Riccardo Scalia (Eumelo), Maria Sole Gennuso (figlia di Alcesti), Denis Fasolo (Eracle), Filippo Dini (Ferete), Bruno Ricci (servo), Carlo Orlando (capo coro)
Coreuti Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba,Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli
Coro Accademia d’Arte del Dramma Antico
Produzione: INDA (61ª Stagione Teatrale), Fondazione Teatro Stabile del Veneto 
Foto Franca Centaro
Durata 106 minuti atto unico 

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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