La giustizia, quando cambia volto, non diventa necessariamente più giusta. Può limitarsi a sostituire un potere con un altro, chiedendo alle forze sconfitte di rinunciare perfino al proprio nome. È in questa zona ambigua, assai più politica che mitologica, che si colloca Eumenidi Oreste è salvo, diretto da Serena Sinigaglia e presentato nella Basilica di San Salvatore, a Spoleto, nell’ambito del Festival dei Due Mondi.
Il lavoro si misura con l’ultimo capitolo dell’Orestea di Eschilo, là dove la persecuzione di Oreste da parte delle Erinni approda all’istituzione di un tribunale presieduto da Atena. La vendetta arcaica cede il passo alla giustizia organizzata della città; le antiche Furie vengono trasformate in Eumenidi e assorbite dal nuovo ordine. La regia, però, non si limita a ripercorrere il movimento tracciato dal mito: prova a rovesciarne la direzione, interrogando ciò che quella trasformazione ha cancellato e chiedendosi se sia esistito un tempo governato dal principio femminile.
Il primo contatto con lo spettacolo avviene ancora prima che la vicenda prenda corpo. All’ingresso della basilica incontriamo alcune presenze statuarie avvolte in tuniche bianche. Sono installazioni di forte impatto visivo, figure immobili la cui monumentalità richiama alla memoria la Nike di Samotracia. Non costituiscono un semplice elemento introduttivo: sembrano custodire le tracce di una potenza remota, ormai privata della propria forza e consegnata all’immobilità.
La Basilica di San Salvatore non viene adoperata come una cornice prestigiosa, ma diventa materia drammaturgica. L’impressione è che l’edificio si trasformi nel tempio di Atena, luogo sacro e insieme spazio del giudizio. La platea si sviluppa lungo la navata centrale, con il pubblico disposto a destra e a sinistra di un corridoio nel quale si concentra gran parte dell’azione. Ci troviamo così ai margini del luogo processuale e, al tempo stesso, dentro di esso: non soltanto spettatori, ma uditori chiamati a seguire le ragioni delle parti, quasi a comporre la presenza muta di un tribunale. Ogni attraversamento della navata accorcia la distanza fra il mito e il nostro sguardo; la vicenda non è collocata davanti a noi, ma passa letteralmente in mezzo a noi.
La scelta di affidare l’intera azione a sette donne acquista, in questa prospettiva, un valore che supera la composizione del cast. Le interpreti danno corpo alle Erinni e, nel corso dello spettacolo, assumono anche gli altri personaggi della vicenda. Il passaggio da una figura all’altra non indebolisce la compattezza dell’insieme, ma amplia le possibilità espressive del gruppo e moltiplica i punti di vista attraverso i quali il mito viene restituito. È una scelta registica coerente, che affida alla coralità il compito di sostenere l’intero racconto.
La prova delle attrici è compatta e rigorosa, sorretta da un ascolto reciproco che permette al coro di essere un organismo comune senza cancellare le singole identità. Parola, gesto e movimento procedono come parti di una medesima partitura. Il canto, presente in diversi momenti, si inserisce con misura nel tessuto scenico: è curato, ben studiato e accompagna la dimensione corale senza diventare l’elemento dominante. La qualità vocale del gruppo contribuisce così all’equilibrio complessivo dello spettacolo, affiancandosi agli altri linguaggi utilizzati in scena.
Anche i costumi e il trucco partecipano alla costruzione del senso. I costumi sono attraversati da corde che stringono e disegnano i corpi. Non si tratta di un dettaglio ornamentale: quelle legature suggeriscono il vincolo, la costrizione e una possibile reclusione, materializzando sui corpi il peso del processo e della sentenza. Il trucco completa la qualità iconica delle presenze, contribuendo alla loro oscillazione tra figure del mito e creature di un presente non pacificato.
Le luci assecondano l’architettura della basilica e ne fanno risaltare profondità, pietra e verticalità, producendo effetti suggestivi senza perdere misura. Il disegno luminoso accompagna gli spostamenti lungo la navata, ritaglia i volti e rende leggibili le diverse densità del racconto. Allo stesso modo, le musiche intervengono con efficacia e calibrazione: accrescono la tensione, sostengono l’atmosfera rituale e dialogano con il canto senza sovrastarlo. Il movimento scenico trova ordine e tenuta nel confronto con uno spazio lungo, anomalo e fortemente caratterizzato. Ne deriva un ritmo complessivamente equilibrato, che non conosce cali evidenti e mantiene viva l’attenzione lungo l’intero sviluppo della vicenda.
La regia di Serena Sinigaglia mostra la capacità di abitare un luogo monumentale senza lasciarsene dominare. Ne utilizza l’asse centrale, le distanze e la sacralità, trasformandoli negli elementi concreti di una riflessione politica. Nel conflitto tra Erinni e Atena si compie il passaggio dall’antica legge del sangue a una nuova giustizia istituzionale che, salvando Oreste, riconosce la centralità del padre e assorbe le antiche Furie nell’ordine della città. È una questione che non rimane confinata al mito, ma interroga i rapporti di potere e l’idea di giustizia che continuano ad agire nel presente. Eumenidi Oreste è salvo si confronta così con il classico senza rivestirlo di un’attualità forzata: il mito non viene spiegato, ma riaperto; non offre una risposta rassicurante, ci consegna piuttosto la responsabilità del giudizio. Oreste è salvo, afferma il titolo. Più inquieta è la domanda lasciata a noi: da quale giustizia siamo stati salvati e quale abbiamo accettato in cambio?
Eumenidi Oreste è salvo
da Eumenidi di Eschilo
regia Serena Sinigaglia
adattamento Serena Sinigaglia, Gabriele Scotti
traduzione Maddalena Giovannelli, Nicola Fogazzi
con Francesca Ciocchetti, Matilde Facheris, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Giorgia Senesi, Sandra Zoccolan, Debora Zuin
scene Maria Spazzi
costumi Emanuela Dall’Aglio
luci Alessandro Verazzi
cori Francesca Della Monica
coreografia e training fisico Alessio Maria Romano
sound design e musiche Lorenzo Crippa
assistente alla regia Elena Riccardi
assistente alle scene Paola Grandi
assistente ai costumi Ilaria Strozzi
assistente al training fisico Stefano Carenza
sarte realizzatrici Anna Gaiti, Ludovica Gavioli
foto Anouk Andrea Boni
produzione ATIR, Nidodiragno/CMC produzioni, Teatro Carcano
durata atto unico 75 minuti








