Prima di incontrare il razzo vanitoso e il Principe Felice, incontriamo Oscar Wilde. Gabriele Lavia entra, saluta la platea e comincia a parlare liberamente con gli spettatori. L’avvio ha il tono informale di una conversazione improvvisata, nella quale i riferimenti alle opere si intrecciano agli aneddoti sulla vita dello scrittore. Seguono le letture, prima di Un ragguardevole razzo, poi del Principe Felice: due testi differenti per sensibilità e tono, affidati alla presenza di un interprete che sceglie la semplicità del rapporto con la pagina.
La serata ci restituisce soprattutto l’impressione di un incontro confidenziale fra Lavia e il pubblico, raccolto attorno alla lettura di Oscar Wilde. Questa dimensione orienta anche le nostre attese: il piacere di ascoltare un maestro si accompagna alla curiosità di scoprire quale percorso saprà tracciare fra le due favole e come ne restituirà le rispettive qualità. La proposta trova nella parola letteraria il proprio centro e chiede agli spettatori la disponibilità a seguirne i tempi.
La scena è raccolta dentro una quadratura nera. Un leggio e una sedia in legno costituiscono gli unici arredi; un solo cono di luce illumina Lavia e resta invariato per tutta la serata. La sedia rimarrà inutilizzata e nessun accompagnamento musicale interverrà a scandire il racconto. In questo spazio essenziale, ogni elemento rimane esposto allo sguardo, anche nella sua immobilità. Il tempo della lettura, la presenza dell’attore e la sua relazione con gli spettatori diventano gli strumenti sui quali si regge lo spettacolo.
La conversazione iniziale attraversa Dublino, la produzione letteraria di Wilde, la sua omosessualità e la repressione che ne segnò l’esistenza. Lavia richiama anche Il ritratto di Dorian Gray, accostando il profilo dello scrittore a quello dell’uomo. Il rapporto con le convenzioni sociali offre una prospettiva attraverso cui avvicinare le favole: dietro la dimensione fantastica possiamo riconoscere una sensibilità attenta alle contraddizioni, alle gerarchie e alle forme dell’ipocrisia. Il contesto biografico prepara così l’ascolto, senza richiedere una conoscenza preliminare dell’autore.
«Lo scopo dell’arte è nascondere l’artista»: la frase pronunciata da Lavia accompagna questo avvicinamento alla scrittura. Quando comincia la lettura, ne riconosciamo il mestiere nella capacità di caratterizzare i personaggi e di renderne comprensibili le intenzioni attraverso la voce. Le figure acquistano una presenza riconoscibile pur restando affidate alla pagina. Ne apprezziamo la qualità interpretativa, mentre all’immaginazione di chi ascolta viene lasciato il compito di completare gli ambienti e le azioni evocate.
In Un ragguardevole razzo emerge la componente più sarcastica di Wilde. La vanità del protagonista offre all’attore un carattere da restituire nell’arroganza e nell’ostinata considerazione di sé. Il bisogno di ammirazione, la presunzione e la difficoltà di ascoltare costituiscono il bersaglio di una satira che mantiene riconoscibili i propri riferimenti anche fuori dalla favola. Lavia ne segue il ragionamento autoreferenziale, facendo emergere la distanza fra l’importanza che il personaggio si attribuisce e ciò che le sue parole lasciano comprendere.
Con Il Principe Felice, la prospettiva si sposta verso la compassione, la bellezza e l’indifferenza sociale. L’incontro fra il principe e la rondine permette a questi temi di attraversare il racconto senza esaurirsi in una morale. Lavia mantiene leggibile il filo della narrazione e dà consistenza alle figure che la abitano. Seguiamo così il rapporto fra ciò che viene ammirato e ciò che resta ignorato, fra la sensibilità dichiarata e l’attenzione concreta agli altri: interrogativi che raggiungono il mondo adulto attraverso la semplicità della forma fantastica.
Con il procedere della serata, la sobrietà iniziale tende a diventare una condizione costante dell’ascolto. La scena rimane immobile e le due letture, pur diverse nei contenuti, seguono un andamento vicino. Continuiamo a riconoscere la capacità dell’interprete di dare voce ai personaggi, ma avvertiamo meno quel cambiamento di ritmo che potrebbe rinnovare il nostro coinvolgimento. La familiarità dell’apertura aveva creato un’attesa che la successione dei racconti soddisfa soltanto in parte.
È nella misura della lettura interpretata che si colloca questa osservazione. L’autorevolezza del percorso di Lavia alimentava l’attesa di una più sfumata modulazione dei tempi e degli accenti, capace di dare a ciascuna favola un respiro distinto e sostenere l’attenzione lungo l’ora e mezza della serata. Il passaggio dalla satira alla compassione avrebbe potuto trovare proprio qui una maggiore evidenza.
Un momento di spontanea complicità arriva quando Lavia interrompe il racconto: «Scusate, ho perduto il segno». Il tono scherzoso suscita l’applauso della platea. Per un istante la lettura si sospende e l’attore condivide con gli spettatori un piccolo inciampo. Nella risposta calorosa del pubblico ritroviamo il tratto più immediato della serata: la disponibilità a lasciarsi coinvolgere dalla sua presenza, anche quando lo sguardo si solleva dalla pagina.
Scheda spettacolo
- Titolo: Le favole di Oscar Wilde
- Tratto da: Un ragguardevole razzo e Il Principe Felice di Oscar Wilde
- Tipologia: monologo
- Interprete: Gabriele Lavia
- Regia: Gabriele Lavia
- Produzione: Effimera Produzioni
- Foto: Filippo Manzini
- Durata: un atto unico di 1 ora e 30 minuti
- Stagione teatrale: 2026/2027
- Voto: ★★★½☆ (3,5/5 stelle)







